L'Associazione Italiana di Filosofia della Religione (AIFR) riunisce i docenti italiani e i ricercatori presso le Università italiane di Filosofia della Religione


N. 3 Luglio - Agosto 2017 
ISSN 2532 - 1676

Direttore responsabile: 
Pierfrancesco Stagi

Il Comitato scientifico

Andrea Aguti (Presidente AIFR, Università di Urbino), Annalisa Caputo (Università di Bari), Carla Canullo (Università di Macerata), Roberto Celada Ballanti (Università di Genova), Virgilio Cesarone (Università di Chieti-Pescara), Francesco Paolo Ciglia (Università di Chieti-Pescara), Giuseppina De Simone (Pontificia Facoltà Teologica dell'Italia Meridionale) Adriano Fabris (Università di Pisa), Francesco Miano (Università di Roma "Tor Vergata"), Sergio Sorrentino (Università di Salerno), Pierfrancesco Stagi (Università di Torino), Pierluigi Valenza (Università "La Sapienza" di Roma), Silvano Zucal (Università di Trento)

La Redazione

Francesco Angelone (Reggio Calabria), Claudio Belloni (Milano), Nunzio Bombaci (Messina), Damiano Bondi (Firenze), Omar Brino (Roma), Mirko Di Bernardo (Roma), Andrea Fiamma (Chieti), Melissa Giannetta (Salerno), Elisa Grimi (Milano), Federica Pazzelli (Roma), Tudor Petcu (Bucarest), Alessio Ruggiero (Salerno), Alfonso Salvatore (Salerno - coordinatore della redazione), Stefano Santasilia (Napoli), Michele Turrisi (Pistoia)

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Donatella di Cesare, Heidegger e gli ebrei. I “quaderni neri”, Bollati Boringhieri, Torino 2014, 352 pp.

 

Com’è stato possibile che una delle menti filosofiche più fulgide dello scorso secolo, Martin Heidegger, abbia aderito al nazionalsocialismo? E se egli è stato nazista, in che misura lo è stato? L’adesione all’ideologia della croce uncinata è stata un incidente di percorso, che ha avuto il suo momento più visibile nel discorso di rettorato del 1933, o costituisce invece un fatto da ricondurre a un plesso più ampio di vita e pensiero? Che ruolo gioca l’antisemitismo all’interno dell’ontologia fondamentale heideggeriana? E perché mai, infine, il filosofo non s’è mai posto, dopo la Shoah, in maniera franca e diretta, la questione della colpa?

Simili domande, che da diversi decenni si assiepano all’interno del dibattito attorno al mago di Messkirch, troppo spesso dominato da posizioni sbrigative e unilaterali, trovano puntuale e solerte trattazione, invece, nella nuova monografia di Donatella Di Cesare, Heidegger e gli ebrei. L’articolata conoscenza del filosofo (l’autrice è vicepresidente della Heidegger Gesellschaft ed è stata l’ultima allieva diretta di Hans Georg Gadamer), degli intrecci tra questi e i suoi contemporanei (siano essi pensatori eminentemente “di destra” come Schmitt e Jünger, piuttosto che lo sconfessato maestro Husserl o ancora la pletora di allievi, spesso d’origine ebraica, di Heidegger – come Arendt, Jonas, Löwith, Marcuse…) e della Wirkungsgeschichte, infine, delle vexatae quaestiones in oggetto (dalla Germania anno Zero che tentava, invano, di ottenere una risposta da Heidegger – puntualmente sono ricostruiti gli incontri, spesso mancati, tra Heidegger e Jaspers, Buber e Celan – fino alle più recenti prese di posizione in Francia – da Levinas a Lacoue-Labarthe fino ad arrivare Fédier a Faye) convivono nell’ultimo, pregevole, lavoro della studiosa romana. A rendere il medesimo un libro necessario, un punto di non ritorno per quanti in futuro si confronteranno con le problematiche che stiamo tratteggiando, è il colloquio che l’autrice intrattiene con gli Schwarze Hefte, i “Quaderni neri” di Heidegger, pubblicati da Klostermann nella primavera del 2014, e qui centrali.

Il volume di Donatella Di Cesare si articola in quattro movimenti. In guisa di un attento stato dell’arte, l’autrice muove in medias res con la prima sezione Tra politica e filosofia (pp. 3-28). Segue quindi, nel secondo capitolo del volume, La filosofia e l’odio per gli ebrei (pp. 29-82), una rilettura rigorosa e critica di alcune figure fondamentali della storia del pensiero filosofico. Da essa emerge, con implacabile chiarezza, l’antisemitismo come filo conduttore della cultura tedesca da Lutero al Mein Kampf, passando attraverso Kant, Hegel e Nietzsche. Di fronte alla Judenfrage è sconfortante apprendere come i grandi filosofi ondeggino tra ardite costruzioni teoretiche e corrivi pregiudizi da osteria. Cuore del volume è il suo terzo, nonché più ampio, capitolo: La questione dell’Essere e la questione ebraica (pp. 83-220). Gli Schwarze Hefte sono qui una fonte decisiva. Nelle loro pagine prende forma una tesi inedita, che D. Di Cesare puntualmente ci consegna: la questione dell’ebraismo mondiale è per Heidegger una questione metafisica, tale per cui l’Ebreo è responsabile dell’oblio dell’essere. Il trionfo della metafisica e del pensiero calcolante, di cui egli è stato uno strenuo oppositore in ogni fase del suo pensiero, troverebbero nello Jude il loro beffardo e menzognero demiurgo. Quasi a rinnovare l’accusa di deicidio, in nome della quale la storia dell’Occidente è, di fatto, la storia dell’odio antiebraico, Heidegger ascrive all’ebreo un atto che potremmo chiamare ontocidio. L’antisemitismo metafisico heideggeriano (sempre lontano, va puntualizzato a onore del filosofo, dai beceri biologismi di cui faceva sfoggio l’ideologia del terzo Reich) è allora un nuovo nucleo, fino ad ora celato, a partire dal quale occorre rileggere la sua ontologia. Negli Schwarze Hefte l’ebreo viene inserito all’interno della storia della metafisica, dando luogo, per torsione, a una vera e propria metafisica dell’ebreo. Ma “se metafisica è la questione ebraica, metafisica è anche la soluzione” (p. 243) prospettata da Heidegger. Questo è quanto emerge nel quarto e ultimo atto del volume, Dopo Auschwitz (pp. 221-279), in cui l’autrice porta a emersione le antinomie dell’ambiguo silenzio del filosofo intorno alla propria adesione al nazionalsocialismo e sulla Shoah, la cui irriducibile e abnorme unicità non fu affatto capace di cogliere.

Alla luce degli Schwarze Hefte e del presente volume, le nebbie sulla questione del nazismo e dell’antisemitismo heideggeriano paiono significativamente diradarsi: un “nuovo inizio” di dibattito può forse finalmente porsi, auspicabilmente affrancato da informazioni mutile e faziosità sibilline.

 

Eventi e convegni
BANDO PER CONCORSO NAZIONALE DI FILOSOFIA DELLA RELIGIONE - AIFR
“ITALO MANCINI” [...]
Per info: aifr.it
 
23 - 24 NOVEMBRE 2017 - TRENTO
CONVEGNO INTERNAZIONALE AIFR:
Il sacro. A cento anni dalla pubblicazione di
Das Heilige di Rudolf Otto (1917)

 
E TEOLOGIA DELLE RELIGIONI

Novità Bibliografica
Essere

 

SANTINO CAVACIUTI

Essere e libertà. Itinerari verso la tesi dell'«essere originario» come libertà

Rubbettino 2017

La tesi fondamentale del volume, presentata secondo un progressivo approfondimento della medesima, è l'identità dell'essere originario con la libertà, intesa come potenza di iniziativa, di creatività. Su quella di fondo si innesta la tesi della essenziale "vocazione" della libertà: quella del passaggio dalla condizione di "potenzialità" alla sua "attualità", in forza della sua natura, cioè di essere potenza di. E l'attualità della libertà come "potenza di creatività" è la creatività in atto, che è "donazione di essere": in altre parole, è amore. Per cui la "vocazione" della libertà è l'amore. Proprio in quanto la libertà è "informata" di una sua "vocazione" a "realizzarsi" in amore, essa non è "statica": è un "inizio", non è un "risultato", non è il "valore supremo", se non "in potenza". Sulla base di queste due tesi, è dato comprendere, quale declinazione somma della libertà, come l'Assoluto sia concepito come Amore, cioè come Libertà, "Potenza di creatività" totalmente "realizzata".

Per info: Santino Cavaciuti, Essere e libertà. Itinerari verso la tesi dell'«essere originario» come libertà