L'Associazione Italiana di Filosofia della Religione (AIFR) riunisce i docenti italiani e i ricercatori presso le Università italiane di Filosofia della Religione


N. 5 Novembre - Dicembre 2017 
ISSN 2532 - 1676

Direttore responsabile: 
Pierfrancesco Stagi

Il Comitato scientifico

Andrea Aguti (Presidente AIFR, Università di Urbino), Annalisa Caputo (Università di Bari), Carla Canullo (Università di Macerata), Roberto Celada Ballanti (Università di Genova), Virgilio Cesarone (Università di Chieti-Pescara), Francesco Paolo Ciglia (Università di Chieti-Pescara), Giuseppina De Simone (Pontificia Facoltà Teologica dell'Italia Meridionale) Adriano Fabris (Università di Pisa), Francesco Miano (Università di Roma "Tor Vergata"), Sergio Sorrentino (Università di Salerno), Pierfrancesco Stagi (Università di Torino), Pierluigi Valenza (Università "La Sapienza" di Roma), Silvano Zucal (Università di Trento)

La Redazione

Francesco Angelone (Reggio Calabria), Claudio Belloni (Milano), Nunzio Bombaci (Messina), Damiano Bondi (Firenze), Omar Brino (Roma), Mirko Di Bernardo (Roma), Andrea Fiamma (Chieti), Melissa Giannetta (Salerno), Elisa Grimi (Milano), Federica Pazzelli (Roma), Tudor Petcu (Bucarest), Alessio Ruggiero (Salerno), Alfonso Salvatore (Salerno - coordinatore della redazione), Stefano Santasilia (Napoli), Michele Turrisi (Pistoia)

Il Nuovo Giornale di Filosofia della Religione (NGFR) è riconosciuta dal MIUR, Ministero dell'Istruzione, Università e Ricerca, come pubblicazione ufficiale per l'Abilitazione Scientifica Nazionale (ASN): è possibile inserire gli articoli pubblicati sul Nuovo Giornale di Filosofia della Religione (NGFR) nell'elenco delle pubblicazioni per accedere all'Insegnamento Universitario

Jan-Olan HenriksenFinitude and theological anthropology. An interdisciplinary exploration into theological dimensions of finitude, Peeters, Leuven 2011, pp 220. (trad. italiana Jan-Olav Henriksen, Finitezza e antropologia teologica, Queriniana 2016, a cura di Andrea Aguti)


 

Il tema della finitezza si contraddistingue perché non concerne unicamente la dimensione antropologica della religione, ma coinvolge un orizzonte disciplinare piuttosto ampio. Infatti parlare di finitudine significa principalmente riflettere sulla condizione umana, non solo in relazione al divino, ma anche in relazione alle miriadi di esperienze umane che definiscono la contingenza e limitatezza dell’umano. Si tratta dunque di un tema che forse ci porta a chiederci in che termini nel mondo contemporaneo si possa parlare di Dio, del peccato e di altri analoghi motivi significativi per la religione. Jan-Olan Henriksen, professore di Filosofia della Religione presso la Scuola Norvegese di Teologia, affronta la questione in Finitude and theological anthropology e lo fa con un approccio che egli stesso definisce prevalentemente fenomenologico. L’Autore in effetti svolge un’esplorazione interdisciplinare intorno alla dimensione teologica della finitudine e mette a fuoco in particolare la relazione tra il divino e l’esperienza umana. Peraltro egli si premura di sottolineare già nella sua Introduzione che il divino non è da considerarsi come tema centrale della sua indagine, ma semmai come fil rouge e argomento cardine da far emergere lentamente dal discorso sulla finitudine. Per Henriksen infatti ogni singolo giorno l’essere umano si ritrova a prendere coscienza della limitatezza e delle restrizioni che connotano la sua esistenza: è ciò che accade al protagonista di un film, Vanilla Sky, tirato spesso in ballo dall’Autore. Nella scena iniziale di questo film il protagonista, David Ames, scopre davanti allo specchio un capello ingrigito dal tempo. Tale evento apparentemente insignificante sarà il primo passo verso il rifiuto della propria condizione finita, fisica ed esistenziale; e ciò porta David a rifuggire la dura realtà con tutti i mezzi a sua disposizione e alla reclusione in un mondo onirico dove tutto è pura apparenza e illusione.

Prendendo le mosse da questa figura della fiction filmica, la riflessione dell’Autore ripercorre molta parte della fenomenologia francese del Novecento. Essa infatti pensa che bisogna riferire la coscienza al corpo, e il mondo esterno all’esperienza del Sé, poiché l’esistenza antecede il pensiero e la realtà stessa può essere sì descritta ma non costruita tramite riflessione. Così Merleau-Ponty, vincolando il cogito alla corporeità, sviluppa la sua comprensione dell’intersoggettività attraverso la tematizzazione di un corpo inteso come le corps propre, mentre Ricoeur definisce la socialità dell’essere umano in relazione alla capacità di linguaggio. Il linguaggio infatti, attraverso cui è costruito il mondo dell’intersoggettività, è come localizzato a metà tra il finito e ciò che lo trascende, poiché esso da una parte trasmette la prospettiva meramente finita dell’esperienza percettiva, e dall’altra contiene un significato che intenzionalmente tradisce questa prospettiva, connotando l’individuo come portatore di logos. D’altra parte per Lévinas nella possibilità stessa della relazione e della comprensione dell’altro è possibile rintracciare la trascendenza divina, dal momento che Dio è sempre e solo accessibile nelle concrete situazioni in cui si ha di fronte il volto dell’altro (vale a dire il prossimo) e si è chiamati a operare per la giustizia.

Ma senza dubbio il primo passo verso la comprensione della condizione finita dell’uomo, è quello messo in luce dalla tematizzazione della possibilità della morte, perché essere-per-la-morte significa riconoscere l’esistenza nella sua interezza e simultaneamente nella sua finitudine; non accettare la possibilità della morte significa rifiutare tanto la dimensione fisica della vita quanto quella interiore, dimostrando l’incapacità di comprendere razionalmente la realtà esteriore e al contempo l’incapacità di accettare la nostra umana vulnerabilità. L’analisi di Henriksen attraversa dunque, come risulta palese, il pensiero di autori del Novecento quali Martin Heidegger, Maurice Merleau-Ponty, Paul Ricoeur, Emmanuel Lévinas e Paul Tillich, non senza mettere in gioco l’approccio psicoanalitico al tema cui l’Autore dedica la sua indagine. Attraverso questa sua indagine dunque Henriksen cerca di mettere in luce che la comprensione dell’essere umano è ben distinguibile dalla comprensione dell’universo fisico e di quello vivente nelle sue forme più disparate, giacché la finitudine umana è come un punto di vista prospettico, dal quale peraltro si dischiude un significato di trascendimento intenzionato al divino; la finitudine, secondo l’argomentazione di Tillich nella sua Teologia sistematica e riproposta dall’Autore, non è che il punto di partenza per la costruzione di un’ontologia della vita umana che sia aperta alla dimensione religiosa.

Eventi e convegni
Novità Bibliografica
Copertina

 

La categoria cristologica nello sviluppo del pensiero di Teodorico Moretti-Costanzi

 

Martino Bozza

Università degli Studi di Trento 2017

Martino Bozza, nella ricostruzione genetica del pensiero di Moretti-Costanzi, non manca mai di riconoscere, nel maturarsi del pensiero morettiano, i segni di una francescanità, di una 'umbrietà', costitutive ed originarie. In effetti è nel francescanesimo che il pensiero del maestro si è alimentato ed ha trovato estensione nel confronto decisivo con le questioni dell'ontologia e della metafisica contemporanea. Il filosofo umbro trovò subito il modo di sciogliere e risolvere in chiave cristiana il carabellesiano «problema teologico come filosofia»; e soprattutto seppe riconoscere il carattere 'ascetico' della filosofia anche in dialogo con voci rilevanti della filosofia contemporanea come Martin Heidegger.

Per info: Martino Bozza, La categoria cristologica nello sviluppo del pensiero di Teodorico Moretti-Costanzi