L'Associazione Italiana di Filosofia della Religione (AIFR) riunisce i docenti italiani e i ricercatori presso le Università italiane di Filosofia della Religione


N. 7 MAGGIO - AGOSTO  2018
ISSN 2532 - 1676

Direttore responsabile: 
Pierfrancesco Stagi

Il Comitato scientifico

Andrea Aguti (Presidente AIFR, Università di Urbino), Annalisa Caputo (Università di Bari), Carla Canullo (Università di Macerata), Roberto Celada Ballanti (Università di Genova), Virgilio Cesarone (Università di Chieti-Pescara), Francesco Paolo Ciglia (Università di Chieti-Pescara), Giuseppina De Simone (Pontificia Facoltà Teologica dell'Italia Meridionale) Adriano Fabris (Università di Pisa), Francesco Miano (Università di Roma "Tor Vergata"), Sergio Sorrentino (Università di Salerno), Pierfrancesco Stagi (Università di Torino), Pierluigi Valenza (Università "La Sapienza" di Roma), Silvano Zucal (Università di Trento)

La Redazione

Francesco Angelone (Reggio Calabria), Claudio Belloni (Milano), Nunzio Bombaci (Messina), Damiano Bondi (Firenze), Omar Brino (Roma), Giovanni Cogliandro (Roma), Mirko Di Bernardo (Roma), Andrea Fiamma (Chieti), Melissa Giannetta (Salerno), Elisa Grimi (Milano), Federica Pazzelli (Roma), Tudor Petcu (Bucarest), Salvatore Rindone (Enna), Alessio Ruggiero (Salerno), Alfonso Salvatore (Salerno - coordinatore della redazione), Stefano Santasilia (Napoli), Michele Turrisi (Pistoia)

Salvatore Rindone

 

Il Nuovo Giornale di Filosofia della Religione (NGFR) è riconosciuta dal MIUR, Ministero dell'Istruzione, Università e Ricerca, come pubblicazione ufficiale per l'Abilitazione Scientifica Nazionale (ASN): è possibile inserire gli articoli pubblicati sul Nuovo Giornale di Filosofia della Religione (NGFR) nell'elenco delle pubblicazioni per accedere all'Insegnamento Universitario

Maria Silvia Vaccarezza

M. Damonte, Homo orans. Antropologia della preghiera, Edizioni Fondazione Centro Studi Campostrini, Verona 2014, 305 pp.

 

Marco Damonte non è nuovo a pubblicazioni che dimostrano una certa audacia: ne aveva dato prova col suo Wittgenstein, Tommaso e la cura dell’intenzionalità (Firenze Atheneum 2009), nel quale aveva “osato”, sulla scorta del cosiddetto tomismo analitico di matrice anglosassone, accostare il geniale austriaco all’Aquinate, operazione scandalosa tanto per una certa tradizione analitica, quanto per alcuni tomisti (certamente in Italia, ma non solo). Ne dà prova anche oggi, con un volume originale e coraggioso: perché tali sono le virtù intellettuali necessarie a riproporre oggi la tematica della preghiera, e farlo non per conservatorismo o per interesse archeologico, ma con autentico rigore filosofico, alla luce di categorie attuali, che ne mostrino la persistenza e pertinenza.

Il volume rappresenta il risultato non solo della personale indagine dell’Autore, ma anche di un percorso di ricerca triennale dedicato alla preghiera da lui intrapreso, insieme ad altri studiosi, presso la Fondazione Campostrini di Verona, che edita il lavoro stesso. Strutturalmente, è suddiviso in tre parti: il saggio vero e proprio; una nutrita serie di interviste a studiosi di diversa estrazione e competenza; una ricca bibliografia finale.

L’obiettivo fondamentale del saggio che apre l’opera è quello di “fornire una filosofia del pregare in chiave antropologica. Esso ruota intorno alla nozione di “intenzionalità” così come proposta dai tomisti-wittgensteiniani, cioè all’interno di una metafisica delle facoltà umane in antropologia e di un realismo moderato in ontologia” (p. 9). L’attenzione è pertanto spostata “dall’analisi sulla preghiera, considerata come un oggetto, al suo realizzarsi, considerato come atto dialogico e integrale” (ivi).

Nella prima parte del saggio, Damonte caratterizza la preghiera innanzi tutto come attuale, ovvero come atto perenne e universale (cfr. p. 19). Perfino nel mondo occidentale, ciò che manca oggi, almeno tra le giovani generazioni, non è infatti il desiderio di preghiera – anzi rilevato come dato in crescita, anche dagli studi più recenti di sociologia della religione – ma una preghiera convincente, autentica, che coinvolga l’intera persona.

Di qui, il secondo carattere del pregare oggi: ovvero, la sua criticità, la sua crisi, dovuta, per l’Autore, più che a fattori importanti, ma pur sempre estrinseci (progresso tecnocratico, evoluzionismo, secolarizzazione), innanzi tutto a un progressivo fraintendimento del quid est della preghiera stessa, ad una sua caricaturizzazione in senso formalistico e farisaico: da atto intimo di riflessione sul senso di sé e del tempo, carico di potenziale critico e rivoluzionario, ad inutile e fatalistico “perdere tempo”. In secondo luogo, la crisi della preghiera proverrebbe da importanti obiezioni antropologiche e teologiche a suo carico: da un lato, l’importanza assegnata all’autosufficienza, che rende difficile “fidarsi dell’Altrove” (p. 24); dall’altro, l’incompatibilità tra il Dio della metafisica e una preghiera tradizionale, che non sia quella propria di una fede filosofica. Tutte queste ragioni di attualità e criticità sono, giustamente, considerate dall’Autore motivo più che valido per recuperare, con urgenza, una filosofia della preghiera, che usi come chiave di accesso non innanzi tutto la filosofia della (o delle) religioni, né la metafisica, bensì l’antropologia filosofica, poiché proprio tale disciplina, e il paradigma di uomo da essa concepito – l’homo technologicus– “rende problematica l’accettazione dei preliminari stessi che il pregare presuppone: coscienza della propria limitatezza, bisogno di salvezza, apertura all’Altrove per relazionarsi con lui, disponibilità a ricevere, accettazione dello scacco” (p. 31). La peculiarità metodologica del lavoro, che ne marca anche una delle caratteristiche maggiormente originali, è quella di combinare “indagine ermeneutica”, “valorizzazione della dimensione antropologica, riprendendo alcune sollecitazioni del personalismo, […] fino a identificare delle strutture proprie della natura umana, configurandole in senso metafisico” e “rigore metodologico tipico della filosofia analitica” (p. 37). Si tratta di un compito, per stessa ammissione dell’Autore, estremamente complesso e ambizioso, e nondimeno necessario, per chi voglia indagare davvero i problemi, anziché trincerarsi dietro una comoda appartenenza di scuola.

La seconda parte del saggio di Damonte di configura come un’analisi dell’atto del pregare alla luce della metodologia ora enunciata: fedele al rigore sopracitato, l’Autore procede anzitutto a una dettagliata e precisa analisi fenomenologica, nonché a una rassegna delle forme del pregare: oltre alle forme tradizionalmente ricordate (preghiera di richiesta, di ringraziamento, di lode), la preghiera può essere classificata come “personale o comunitaria”, “privata (creativa) o ufficiale (formalizzata)”, “silenziosa, mentale, vocale o gestuale” (p. 39). Al di là di tali distinzioni, Damonte individua l’essenza della preghiera nel suo essere atto intenzionale, declinato nell’accezione wittgensteiniana (cui il volume dedica una approfondita analisi), ovvero come fenomeno originario capace di superare “la concezione moderna dell’’io’ quale sostanza compiuta, indipendente, autosufficiente, monadica, disincarnata” e recuperare, per contro, “l’essenza relazionale di ciascuna persona” (pp. 49-50). Tale impostazione permette, da un lato, di “recuperare la corporeità, l’intersoggettività e il linguaggio come costituenti della persona umana e come imprescindibili dimensioni di ogni aspetto della vita umana, compreso quello religioso e, nello specifico, quello della preghiera” (p. 54); dall’altro, di superare la visione di un’essenza pura della preghiera, visione che rischia di appiattirne le specificità e peculiarità; infine, consente di radicare la preghiera nella struttura ontologica dell’essere umano. In particolare, l’intenzionalità dispiegata nella dimensione orante non è generica e indifferenziata tensione, ma caratterizzata dalla dialogicità, in forza della quale l’umano si decentra e si sbilancia verso l’Altrove.

Su questo sbilanciamento è incentrata la terza parte del saggio, dedicata all’analisi della persona orante, intesa, sulla scorta non solo di Kierkegaard e Pascal, ma anche di Sciacca e Caracciolo, come “incrocio di finito e infinito” (p. 69). Proprio nello “squilibrio ontologico” di sciacchiana memoria, per Damonte, è possibile radicare l’intenzionalità come categoria antropologica, portando, così, a sintesi l’esistenzialismo e il Wittgenstein più “mistico”, ma anche la riflessione agostiniana (nonché quella teologica) sul desiderio. Molte le dimensioni umane e ontologiche analizzate a partire da questo primo fondamento: linguaggio (p. 74), libertà (p. 80), socialità (p. 84), tempo (p. 87), conoscenza (p. 90).

Chiudono il saggio un capitolo dedicato alle “Prospettive” (p. 95), in cui l’Autore accenna a questioni decisive quali: rapporto tra fede e preghiera (p. 95), valore performativo della preghiera (p. 98), preghiera continua e sacrificio (p. 103), contemplazione (p. 105) e, infine, una “Apologia della preghiera” (p. 109), che, di fatto, ricapitola il lavoro auto-interpretandolo non come un difendere o un esortare, bensì come un “rendere ragione” della pratica del pregare (p. 111).

Il volume procede, poi, con una lunga rassegna di interviste a personalità che includono, ovviamente, filosofi di vario orientamento, quali Letterio Mauro (storia della filosofia), Domenico Venturelli (filosofia critica e nichilismo), Damiano Bondi (personalismo), Silvano Zucal (pensiero dialogico), Mario Micheletti (filosofia analitica) e Paolo Vignola (filosofia francese contemporanea), ma anche studiosi della preghiera nell’ambito del cristianesimo (Claudio Doglio) e di altre religioni, come islam (Roberta Aluffi), induismo (Alberto Pelissero), buddhismo (Gianfranco Bonola). Vi sono, poi, interviste dedicate al ruolo della preghiera nel dialogo interreligioso (Adalberto Mainardi), nel dialogo con i giovani (Guidalberto Bormolini), nella mistica (Angela Tagliafico) e nell’esperienza monastica (Daniela Turato). Inoltre, sono presenti interviste focalizzate sull’espressione artistica (Roberto Mastacchi), quella musicale (Marco Gozzi) e quella cinematografica (Dario Edoardo Viganò) dell’atto orante. Infine, l’ultimo gruppo tematico comprende Marina Sbisà (filosofia del linguaggio) e Mariano Bianca (semiotica e teoria della comunicazione). Grazie a tale varietà e ricchezza, questa sezione del volume si presenta affascinante e attenta al fenomeno in tutte le sue declinazioni, aperta a una pluralità di prospettive, approcci e metodologie disciplinari. Naturalmente, si può individuare questa o quella carenza, o trovare alcune interviste più felici e opportune di altre; nel complesso, tuttavia, la sezione risulta omogenea e convincente, specie se, come suggerisce l’Autore (cfr. p. 9), non la si affronta “in blocco”, ma sospinti, di volta in volta, da domande e curiosità diverse, cui dare risposta attraverso le differenti voci intervistate (cui, va detto, sono proposte da Damonte domande variate e profonde, evitando così il rischio di una ripetitività altrimenti inevitabile).

In conclusione, non si può non muovere qualche, pur benevola, obiezione a un lavoro tanto articolato e ambizioso. La prima è certamente quella relativa, appunto, all’articolatezza e ambizione dell’opera: se da un lato la pluralità metodologica rappresenta un sicuro punto di forza dell’opera, dall’altro, a tratti, rappresenta un rischio: Damonte passa, con padronanza invidiabile e notevole destrezza, dal ricostruire la nozione wittgensteiniana di intenzionalità al trattare di teologia, linguistica, sociologia della religione; e, da questo, al riproporre il pensiero agostiniano, la Sacra Scrittura, l’opera di Rahner, Guardini, von Balthasar, Newman e Maritain. Tutto questo, che è di certo estremamente fecondo e arricchente, può far perdere il volume (sebbene solo a tratti, come si diceva) in organicità e coerenza, oltre che disorientare il lettore meno esperto.

La seconda critica la offre l’Autore stesso nel congedarsi prima di cedere la parola alle personalità intervistate, quando accenna a una possibile delusione che il lettore, chiunque egli sia, potrebbe provare: “Se è credente, ha trovato in queste pagine troppo poco; se è privo di sensibilità religiosa, ha trovato in queste pagine troppo”. Ribaltando la sua previsione, si potrebbe obiettare a Damonte che il credente trova troppo, mentre chi è lontano dalla preghiera troppo poco. Vale a dire: chi già prega potrebbe trovare ridondante un’analisi tanto dettagliata, o, comunque, non averne bisogno per continuare ad assegnare importanza al pregare; chi non prega non ne sarebbe, probabilmente, in alcun modo persuaso, visto e considerato che il pregare, nella tesi dello stesso autore, è essenzialmente una relazione intenzionale dialogica, e non innanzi tutto un fenomeno di comprensione intellettuale. Nessuna apologia potrebbe esortare a pregare chi già non sperimenti, in un modo o nell’altro, la relazione con l’Altrove.

Nonostante queste possibili obiezioni, va ancora ribadito, da ultimo, che si tratta di un lavoro di sicuro interesse e meritevole di lettura attenta e approfondita, che a parere di chi scrive mostra, tra i tanti, due pregi principali. Il primo, grande merito, è quello di trattare la preghiera “principalmente come una risorsa per il pensiero e non come un mero problema da risolvere” (p. 38), adottando, quindi, un’inversione salutare e liberatoria rispetto a molta riflessione filosofica e non solo in proposito. Il secondo pregio è quello di voler, husserlianamente, “andare alle cose stesse”: nello specifico, andare alla preghiera come questione filosofica e come fenomeno umano presente nell’esperienza ordinaria degli individui. Non si tratta di un lavoro “di scuola”, che voglia lusingare questa o quella tradizione, bensì di un’opera guidata dal suo oggetto. Di qui, il coraggio metodologico menzionato in apertura: una dote rara dell’Autore, in decisa controtendenza rispetto a molta indagine filosofica ben attenta a mode e steccati ideologico-disciplinari.

Eventi e convegni
21-23 FEBRUARY 2019 -CLAREMONT CALIFORNIA - CALL FOR PAPERS
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CALL FOR PAPERS
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14-15 SETTEMBRE 2018 - URBINO
28 - 31 AGOSTO 2018 PRAGA
CALL FOR PAPERS 
Conference of the European Society for Philosophy of Religion

L'UMANO E IL DIVINO /COLLANA DI 
FILOSOFIA DELLA RELIGIONE
 

IL PENSIERO FILOSOFICO-RELIGIOSO
ITALIANO
 
Novità Bibliografica

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Etica e religione

 

a cura di Pierfrancesco Stagi

 

 

Collana L'Umano e il Divino, Stamen 2018

Se la religione "corrompa" la natura umana o la "perfezioni", come insegna la tradizione filosofica cristiana, non è qui il tema, quanto piuttosto l'esigenza di vedere nelle pieghe della religione, e quindi anche nella sua piega più pericolosa: quella violenta, la manifestazione dell'esperienza dell'uomo nel mondo, che nel momento in cui cerca di dare ragione del suo essere trova nell'esperienza religiosa la forma "eminente", con cui spiegare se stesso e la sua essenza.

Per info: Etica e religione, a cura di Pierfrancesco Stagi